Epilogo

  • 24 Dicembre 2023

Non è facile fare volontariato alla Mensa, soprattutto se si vede questo luogo come una seconda casa, come un posto in cui si passano i giorni e le ore, il tempo e i ricordi, dove si preparano i rifugi per la notte.. Condividere ogni cosa, i frammenti più profondi della propria anima. È il percorso che facciamo e che serve per continuare a sentirsi parte, a partecipare. Non essere indifferenti a quello che succede, alle cose che pensano, che ci stringono il cuore. Guardandosi intorno sembra che non ci sia più niente: la decadenza della società, la fine dei valori, della morale, della possibilità, tutto è silenzio di televisioni, consumo, quel sentimento di onnipotenza della ragione strumentale che fu proprio già dell’Illuminismo e poi del Positivismo, in cui la tecnica era diventata il metro di giudizio principale per illudere che la macchina fosse meglio dell’uomo, che ogni cosa anche la conoscenza dovesse avere un fine pratico, dovesse riconoscersi materia.

Ci sono dei muri che diventano ponti, delle strade che ci portano a ritrovare le cascine perdute degli anni, a riscoprire quello che siamo, a proteggere la sacralità. Cosa possiamo sperare per il mondo? Quale futuro? I cassetti sono vuoti, le luci quasi spente, l’ipotesi della bomba atomica si fa vicina e la civiltà potrebbe finire schiacciata dal vortice del suo imperialismo. Un tempo in cui l’Idea che si fa nello spirito, nel continuo essere del divenire sembra che stia per finire, non c’è più il sogno della vita, delle possibilità, della ricerca disinteressata. In cui così come avrebbe scritto Max Horkheimer nell’opera Eclisse della ragione: Critica della ragione strumentale il pensiero ha smesso di essere padrone di se stesso e l’uomo crede di vivere libero, ma la sua libertà è vera solo entro i limiti imposti dalla logica dominante.

Horkheimer, filosofo profetico, visionario, riesce già negli anni quaranta del novecento a sottolineare alcuni aspetti critici del suo tempo, che sono ancora oggi più che mai attuali. O ancora insieme a Theodor Adorno nella Dialettica dell’Illuminismo per mettere in crisi la ‘moralÈ dettata dall’Illuminismo in cui la razionalità rispetto allo scopo, vinceva su quella rispetto al valore, in cui il giorno si scioglieva nel pianto. Ancora oggi leggendo, ricercando, domandandomi mi chiedo come sia stato possibile sostituire il sentimento, la spiritualità, l’emozione senza fine della speranza con il denaro, l’illusione del consumo, con l’imperialismo. Mi chiedo come sia stato possibile che un portafoglio di pelle gonfio abbia fatto sognare e sorridere di più che una pagina di parole, che una poesia.

L’idea di scrivere questo libro è nata un giovedì mattina, durante un servizio alla Mensa molto agitato, in cui, come ho anche scritto nelle pagine, avevamo chiamato le forze dell’ordine per intervenire su un ragazzo che aveva sfogato la sua rabbia sulla porta d’ingresso. Ho osservato la scena e mi sono detto: qui dentro ogni volta è come se facessi un viaggio, come se scrivessi una storia, quella di tante vite in una, quella delle nuvole sui cieli d’estate, nell’Africa, terra del pane, nel dialetto lodigiano, nelle vie del centro, in quelle che si gettano sul fiume e sotto al ponte, all’addiaccio, là dove le vite si consumano, dove si raccolgono stelle. Mi sono chiesto come sia farsi carico di quello che non abbiamo, ricercare quello che non c’è, quello di cui non abbiamo bisogno. Anche se c’è il dolore, la sofferenza, anche se l’uomo è solo. Abbiamo necessità di un nuovo modo di concepire la vita, di ritrovarci negli altri, in una stretta di mano, in un abbraccio, in una chiacchierata, che si si raccoglie in commozione del tempo che passa e che non c’è più, che continua a vibrare, a nascondersi, a perdersi nei pianti di ciò che è finito, solo, indifeso. Passando molto tempo alla Mensa ho pensato fosse lecito raccogliere le mie emozioni, quello che sento ogni volta che varco quel portone, che provo quando aspetto sulla panchina del tempo che arrivi l’ora d’ingresso, insieme a qualche ospite, quando mi siedo al tavolo con loro, ascolto Konateh, scambio qualche parola con Diamanka, guardo Jimmy protestare per il cibo e per quello che vorrebbe ma non c’è. Ho deciso così di raccogliere capitolo dopo capitolo, immagine dopo immagine, le storie di chi arriva e vive da questa parte del mare, in cerca di futuro, di chi si ricorda bambino nell’Africa, in viaggio sulle vie del deserto, tra i figli del vento e ora entra alla Mensa con le scarpe macchiate di vernice, con i vestiti sporchi e dice “sto lavorando come imbianchino”. Di chi si avvicina e sussurra nelle orecchie “per favore controlla la bicicletta che ho parcheggiato fuori, ho paura che me la rubino” di chi ancora continua a scrivere e non smette di vivere di poesia, di versi, così come con Giano Dio bifronte, da un soffio di vento nasce la vita, l’essenza che si plasma nell’Esserci come possibilità, come eterna ricerca, paradigma concreto e tangibile di quello che siamo, di quello che dobbiamo diventare.

Ancora una volta, prima che il giorno tramonti. Non sono andato in vacanza quest’anno, troppe cose a cui pensare, poco il tempo, ma alla Mensa è stato come aver fatto un viaggio, giorno dopo giorno, servizio dopo servizio, pasto dopo pasto, come aver attraversato una vita intera, percorrendola nella parentesi della luce, in quello che ci stringe, che ci lascia senza fiato. Solo la fotografia e la poesia possono fermare il tempo, produrre un’immagine cristallina di quello che siamo, dire in modo chiaro quali possono essere i miracoli dello spirito, della parola che si traduce in commozione. Così come Roland Barthes che ne La camera chiara metteva proprio in luce e in dialogo questi due aspetti, come se fossero sulla stessa lunghezza, a ricercarsi, a riconoscersi in un rapporto e in una sintonia che è meraviglia e profondità, che è strada mistica per l’anima. Spero di essere riuscito anche io a fotografare, a descrivere come la Mensa sia uno spazio profondo e fragile d’incontro, di relazione, dove si sorride e si piange, dove fioriscono nuovi incontri di primavera. In ogni stagione accade; tutto l’anno si vive in uno spazio di pochi metri quadrati che diventa però una seconda casa, che s’impregna di quello che siamo, che aiuta ad affrontare i dolori e gli ostacoli che ci troviamo davanti. È salvifico, una cura per lo spirito nella ricerca della razionalità del sapere assoluto, nel continuo percorso dei giorni e della vita ciclica. In cui anche semplici parole scambiate attraverso un piatto di minestra diventano il simbolo di un nuovo sinolo, di unione tra forma e materia, spazio e tempo, Io e Noi. Cammino per le strade di Lodi, scivolo piano in attesa dell’orario di inizio del servizio, tra le vie della città. Sono in Corso Umberto, passo davanti al punto in cui si congiunge con Piazza Broletto e il mio occhio cade sui tavolini dei bar della Piazza, accolti dalle mura dell’edificio comunale e della Cattedrale. Le campane suonano le sei. Mi sembra di riconoscere un viso amico, ma dico tra me e me “è impossibile, come fa a essere lei”.

Così proseguo, qualche passo. Poi torno indietro, non sono ancora convinto. Infatti è lei: Clara, seduta con un amica, che sorseggia un’acqua tonica. Ma non dovrebbe essere a casa? penso… il suo pancione sta per scoppiare “ci siamo quasi – mi dice – ancora non vuole uscire. Certe volte penso che faccia bene, in che mondo lo sto mettendo?”. Clara mi commuove ogni volta, condividere parole, messaggi, immagini, speranze sembra come conoscersi ed essere amici da sempre, ma ci sono gli anni e quello che non sappiamo. La sua voce morbida e il suo amore con Malik che scalda l’umanità vuota di fiato. Ismaele non nasce ancora, ma è questione di giorni e sono contento che il mio sguardo abbia incrociato il suo e di averla riconosciuta. (Ismaele è nato sabato 19/08 ndr). Proprio qualche giorno prima facevo scorrere sul pc, le foto scattate da Miki Golden, in occasione del Festival della Fotografia Etica dell’autunno 2022 nella mostra Quell’oggetto oscuro del desiderio, per raccontare la vita nei dormitori Caritas, alla Mensa, al Centro d’Ascolto e rivedevo lei, parlare con qualche ragazzo, aiutarlo a costruire nuovi ponti, in queste fotografie in bianco e nero, come sguardi nuovi sul mondo. Ci sono persone che ci fanno vibrare sempre per la loro profondità, per quello che sono, per la forza che hanno nell’affrontare la vita, quella che si vorrebbe e che non si ha, quella che si stima e verso cui si rimane sempre commossi.

Così per me è Clara Maggi e il modo umile e profondo di Esserci. Non è tutto facile, tutto vivo nell’emozione, ci sono momenti in cui si fa grande il dolore e la fragilità, in cui c’è il vuoto del silenzio, in cui non basta neanche uno sguardo, una parola di conforto per tranquillizzare, per rimettere la situazione a posto. È tutto quello che siamo. Bisogna mettersi allo stesso livello di chi viene a mangiare lì, non elevarsi a chissà quale superiorità di significato, di contenuto. Sono persone come noi, lo si vede appena ci si ferma a parlare, si scambiano quattro chiacchiere, quando ci si sorride. Non servono i moralismi, gli scontri, il desiderio di onnipotenza, le targhe onorifiche da esibire. Nella vita non ci sono premi, ci sono le relazioni, gli incontri, le speranze, c’è la fede e la morte, quello che non ci sarà più e che deve essere il principio primo da cui partire per continuare a comprendere ciò di cui siamo fatti. Dio non è nella tempesta, nel fuoco, scrive la Sapienza, quando il profeta Elia sale sulla montagna.

Dio è in quella brezza leggera, che fa capolino nella ricerca continua ed eterna dell’essere umano, nella preghiera, nella rettitudine, nella mitezza. Dio parla con una voce leggera, senza bisogno di gridare, senza bisogno di essere temporale, fuoco. Ma scardina lo stesso gli angoli vivi nel consueto, si rifugia ai margini, nella sofferenza, dona agli uomini la forza di sperare nel paradiso, di potersi abbeverare nuovamente da quella fonte di acqua pura, che è la poesia, l’immagine, la possibilità spirituale dell’anima. Giorno dopo giorno, tempo dopo tempo, percorrendo la strada del vivere. Incontriamo persone che poi, un giorno non vedremo mai più, le aiutiamo, stiamo con loro, ma alla fine viaggiano senza fine, verso nuovi domani. Jannah, in arabo, il paradiso della pace eterna dell’anima, la ricerca ultima dello spirito che si allontana dal peccato, dalle mancanze, dalla volontà. Qui auget scientiam auget et dolorem, chi più sa, più prova dolore, scrive l’Ecclesiaste. Chi è vicino al dolore lo è al peccato e sbaglia, senza ritorno. Così Dio la voce profonda della nostra essenza, il miracolo più grande per l’uomo solo. Fatto d’amore, come seme germogliato dalla terra fertile. Il Signore è grande nell’amore e lento all’ira, Clemente e Misericordioso. Così il Magnificat

Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Nasce lì alla Mensa del pane spezzato, nella poesia dell’ultima sera, negli occhi profondi e veri di Konateh che racconta del Senegal, in quelli di Amidou che ripensa al Mali e alla sua famiglia, nelle parole confuse di Mario che si ricorda musicista, in quelli vuoti di Diamanka che sorride e risponde: profumo d’estate. È nello sporco turbante rosso di Tsing che si trascina ovunque, nella voce di Jimmy che urla, nella forza di Giselle, nella sciarpa di lana di Macoumba Diack. L’amore eterno che consente di vincere anche la morte, nasce senza farci caso, all’ombra dei tigli, del sole di maggio sui campi di grano, nel sudore che scivola sulla fronte mentre si lavano i piatti sporchi. Così come Pablo Neruda, poeta degli ultimi versi appesi sul filo della sera:

Un giorno, uomo o donna, viandante, dopo, quando non vivrò, cercate qui, cercatemi tra pietra e oceano, alla luce burrascosa della schiuma. Qui cercate, cercatemi, perché qui tornerò senza dire nulla, senza voce, senza bocca, puro, qui tornerò a essere il movimento dell’acqua, del suo cuore selvaggio, starò qui, perso e ritrovato: qui sarò forse pietra e silenzio. Un giorno torneremo pietra e oceano, all’ombra della schiuma dell’acqua, là dove il tempo si perde, dove la vita risorge.

Un giorno cammineremo all’addiaccio e chiederemo “cercami” Signore dei Mondi, l’altissimo, padrone degli uomini, abbracceremo la mitezza, il movimento del cuore. Senza voce, senza bocca, puri. Come se il giorno sfumato nel pianto bastasse a dire che ci siamo, fosse la regola più vera per continuare a farci strada nella verità, per essere e condividere. Scrivere sulla Mensa non è stato facile soprattutto perché ogni volta lì dentro è come se il tempo non finisse e i giorni scorressero senza tregua, perché anche il dolore più grande si fa concretezza, svanisce nel silenzio d’aprile, negli occhi dell’amico che preso per mano, esce veloce dopo la cena. Non è stato facile raccogliere le testimonianze, ascoltare, chiedere senza entrare in modo forte nei vissuti personali. Bisogna bussare e domandare permesso: “posso entrare?”, ognuno di noi è fragile, facciamo fatica a dire agli altri quello che siamo, ma piano piano la nostra fiducia concreta ritorna parentesi vera e viva di pace. La scrittura serve anche a questo: a dare voce, a farsi strada nei cuori degli altri senza aver bisogno di scuse, per chi come me fa fatica a farlo dal vivo. È il fine ultimo che serve per sentirsi parte del mondo, anche nel dolore, anche nella nostra fragilità. Basta il tempo e la strada di casa, basta credere e capire che un giorno, dopo le pagine bianche, ci affacceremo sulla collina del sole e sorrideremo alla luna. Attraversando la Fede, le tante strade per raggiungere Dio, l’amicizia, il vuoto, la vita e la morte. Cercando di dare forma a quello che è vivere quotidiano, a raccogliere l’esperienzialità, la poesia, la strada verso nuovi domani di fiato, per dire quanto sia importante un luogo che nel passato aveva altre collocazioni, la prima in Via Cavour, poi in Via San Giacomo e, che adesso si affaccia sulle strade del centro, a un passo dalle vetrine dei negozi di lusso, dove i prezzi fanno annebbiare la vista. Qui invece, alla Mensa del pane spezzato, si proteggono i valori, le emozioni, si condividono i ricordi, che sono nella bisaccia con le scarpe vuote di ognuno di noi, il segno più vero per continuare il cammino, la strada della sera, per dire che ci siamo, che il cuore vibra d’inchiostro. Senza smettere mai di osservare la vita, di piangere, di sorridere, di stringersi in un abbraccio di saluto, in una stretta di mano, in uno sguardo che è la rappresentazione fisica della coscienza disgregata dell’essere umani.

Lodi, 22.08.2023

Ringraziamenti

Grazie agli amici che si sono aperti con me e hanno raccontato le loro storie, le emozioni e i ricordi, che continuano il loro cammino. A Ladji Karamoko, primo tra tutti, strada di vento la sera. Grazie alla Caritas Lodigiana che ogni giorno mi consente di vivere alla Mensa. In particolare a Luca Servidati, che ha accolto con entusiasmo l’idea di questa pubblicazione e le ha dato vita e spazio.

Ascolto l’epilogo anche su Spotify

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