Capitolo 17: Pioggia sui campi di grano

  • 24 Dicembre 2023

Il cielo piange lacrime di tempo. I peccati dell’uomo, il dolore, la sofferenza, l’impossibilità, la strada macchiata d’inchiostro. Il cielo piange i sorrisi mancati, i giorni appassiti nella solitudine, la nostalgia. Le stelle raccolte nelle borse ai bordi del ponte, i sapori dell’Africa, terra nascosta nel cassetto della vita, la cultura del non rimpianto. Ci sono cose che si possono solo sentire, tratteggiare piano nella vasta distesa azzurra, infinita, figlia del tempo. Dove ogni cosa si perderà, dove andremo dopo il Giorno del Giudizio. Oggi il sole dell’estate è solo un ricordo lontano, i bagni nel fiume e i ventilatori accesi anche. Sembra novembre: le foglie secche cadute, il vento e i nuvoloni macchiati di grigio sopra la testa. Non smette mai di piovere, neanche un secondo. Non ci sono le tamerici salmastre ed arse alla D’Annunzio, nella Pioggia nel pineto o quei pini scagliosi e irti, ma il verde vigor rude sì. Sembra quasi di caderci dentro, nel movimento senza sosta della pioggia, nel sentimento nostalgico dell’esserci e del ricercare. Anche oggi come gli altri giorni, come se fosse un medium, un mezzo per andare oltre, per scivolare passo dopo passo nella palude fangosa e sporca della vita. Cammino cercando di evitarla per arrivare in Casa San Giuseppe. Il lunedì è tempo di colazioni. Mentre percorro Via XX Settembre una macchina si ferma vicino a me. Una panda rossa che mi ricorda, immancabilmente, la mia infanzia di viaggi e speranze. È Stefano, operatore Caritas. “Vuoi un passaggio?”.

Come non rifiutare, così salgo sul veicolo e percorriamo il tragitto parlando un po’ del tempo e dei malanni che non sono affatto stagionali. Stefano è appena uscito da quattro giorni di isolamento a causa di una bronchite e io ho un raffreddore che va avanti ormai da una settimana. Siamo messi bene, penso tra me e me. “Non farci caso quindi se sono stordito più del solito” dice ridendo. Sono proprio la persona giusta a cui dirlo io, sempre impacciato e con la testa tra i pensieri. Sarà il tempo ma, questa mattina, appena apriamo le porte più di cinquanta persone si riversano sui tavoli del Centro Diurno. Qualcuno rovescia del latte dalla tazza, altri prendono più biscotti cercando di non farsi vedere. Le voci si alzano in un’atmosfera chiassosa e a poco a poco anche la pila delle tazze, dei bicchieri e dei cucchiaini sporchi aumenta. Così mi rimbocco le maniche e inizio il lavoro di pulizia. Lavo incessantemente e intanto ascolto il rumore che proviene dalla stanza. A un certo punto sento qualche lamentela, così appoggio un attimo lo strofinaccio e vado a vedere cosa stia succedendo. Sarr sta parlando con due ragazzi tunisini “qui non ci siete solo voi” gli dice. “Cos’è successo Sarr?” “Questo ragazzo ha visto che non c’erano più bicchieri, così ha preso la caraffa e ha bevuto a collo. Non va bene qui ci siamo tutti”. Così li tranquillizzo e spiego ai nuovi arrivati, la prossima volta, di chiedere prima di fare queste cose che, chiaramente, possono dare fastidio e non sono consone a un ambiente di socialità. Sembrano capire. Svuoto l’acqua della brocca e riprendo a lavare. Quando ho finito le lancette dell’orologio segnano un quarto alle undici. Aspetto l’orario della Mensa e intanto osservo la situazione. Qualcuno sta usando il computer, altri parlano, mentre nel tavolo centrale Mamadou, Ousmane, Sarr, Ahmed, e altri stanno giocando con la dama senegalese. Mi avvicino per cercare di capire come funzioni.

Sono sempre in ammirazione e prima o poi, penso, dovrò imparare anche io a giocare. Sarr mi saluta e stringe la mano in un incontro di vite e di ricerca. “Ermanno volevo chiederti: tu potresti aiutarmi a imparare a leggere?”. Si rifugia timidamente in un’espressione divertita e dal viso spunta la barba che cresce in modo spontaneo e disordinato. Così ci diamo appuntamento per il pomeriggio. Certe volte mi chiedo quanto tempo serva per vivere e condividere, cosa ci si debba aspettare dai giorni sempre uguali e diversi, ma quello che possiamo fare è continuare a stare a contatto con il mondo qualsiasi cosa accada. Nel ciclo continuo ed eterno della partecipazione dove ogni cosa è silenzio di televisioni, di voci spente, di instabilità. Mi volto e vedo Moussa seduto da solo nel tavolo lì vicino, che fa scorrere dei video sul telefonino. Così mi siedo e iniziamo a parlare dell’Africa, terra del pane, del Senegal che è casa e condivisione. “Che bella la mia terra, è piena di frutti meravigliosi. Se vuoi andare, ti consiglio il periodo in cui qui fa più freddo, lì non è così. La temperatura è sempre accettabile”. Continua “c’è anche un altro modo di trattare le donne. In Italia a mio avviso si permettono di parlare troppo, vogliono comandare. Le nostre invece non potrebbero permettersi mai di avere atteggiamenti simili. Siamo musulmani noi dobbiamo stare davanti e loro dietro, noi dobbiamo decidere, loro seguire. Così ha detto il profeta, così ha detto Dio”. Forse a Dio non interesseranno questi paragoni e Moussa nel profondo lo sa, ma c’è il desiderio da ricercare per poter dire: ci sono.


Per scardinare le porte del visibile, del conosciuto, per ricongiungersi con l’anima e il giorno che cede al tramonto. Troppo fragili e indifesi, in eterno cammino per il mondo. Ci sono modi di vedere la vita e le cose differenti ma vanno rispettati o per lo meno accolti, tenuti a bada con il dialogo e la condivisione delle proprie opinioni, anche se la si pensa diversamente, anche se non si è sulla stessa lunghezza d’onda. Il tempo passa in fretta, è già ora di andare. Saluto Israel che si è accomodato con qualche amico davanti alla televisione che continua, incessantemente, a far rimbombare nella sala le notizie del telegiornale. Quello che succede nel mondo e quello che accade nel nostro cuore anche se ha poca risonanza. Solo il silenzio dell’attesa. “Speriamo che il movimento di rivoluzione nato in Niger, contro gli oppressori coloniali possa trovare posto anche negli altri paesi africani. L’Africa deve essere nostra, vedrai che in questo modo non ci saranno neanche più tutti i problemi con gli sbarchi che ci sono adesso. L’Europa se ne frega e l’Italia non può neanche dire di accogliere tutti. Certe volte capisco i risentimenti degli italiani. Siamo in una situazione che nessuno di noi ha voluto”. Ha ragione Israel e dalle sue parole, come quelle di un saggio filosofo, si possono raccogliere perle di saggezza. “Ricordati che presto dobbiamo parlare insieme di filosofia” conclude salutandomi. È qualcosa che ci piace fare e quando accade si apre la profondità della ricerca e dell’ascolto, come filosofi peripatetici in eterno cammino nel dialogo tra la forma e la materia, tra l’essere e il non essere nel giardino della parola. Quando metto il piede fuori da Casa San Giuseppe mi accorgo di come il tempo non sia cambiato, anzi piove ancora più forte. Non posso farci niente, non ho portato con me l’ombrello e l’unica cosa da fare è camminare sulla via della Mensa, sfruttando i tetti e i portici delle strade.

Non è facile e l’acqua scivola dalla testa sui vestiti, fino ai piedi, nudi con i sandali della sabbia e del mare. Il servizio oggi trascorre senza problemi, a parte le lamentele aggressive del ragazzo somalo di sempre, che questa volta è arrabbiato perché ha ricevuto un solo pezzo di pane. Ma non riesco bene a capire cosa sia successo, sono immerso a grattare le teglie che contenevano le crespelle al formaggio. I contenitori ancora tutti incrostati: sapone e spugna. Esco come se nel cucinotto ci fosse stato un buco nel soffitto. Torno a casa a mangiare, ma la giornata non è ancora finita. Il pomeriggio è dedicato all’Italiano. Incontro Sarr all’incrocio con Via Defendente e il ponte Napoleone Bonaparte. Insieme scivoliamo tra gli alberi e le foglie fino ad arrivare a Casa Bianco che oggi sarà la nostra aula di scuola. Il cielo tinto di nero abbraccia i campi verdi attraversati dal vento impetuoso. Tuoni e qualche lampo, la casa sembra surreale. Ma guardare l’acqua cadere nel fiume sporco e agitato fa sentire al sicuro, raccolti e protetti dal tempo. Il freddo a poco a poco si fa strada nelle vene “Io ho freddo però” continua a ripetermi Sarr che fruga tra le cose di Diamanka, in cerca di un maglione o di una coperta di lana. Trova, alla fine, un giubbotto di pelle che indossa ridendo, mentre pensa alla faccia arrabbiata dell’amico quando scoprirà che glielo ha preso. Scrivo su un quaderno le lettere dell’Alfabeto e le leggiamo insieme. “In Gambia dove sono nato, non ho mai frequentato la scuola, neanche quella coranica. Solo una volta qui a Lodi ho fatto una settimana. Ma sento la necessità di poter imparare a leggere, soprattutto per via del lavoro, che ogni giorno mi mette alla prova”: Sarr lavora ad Amazon a Castel San Giovanni, come magazziniere: “per spostare le merci nei camion giusti, ho bisogno di capire quello che mi viene chiesto. Altrimenti è un problema”. Vorrebbe anche fare la patente Sarr perché arrivare lì non è facile. Deve cambiare due treni e poi usare la bicicletta. “Ci metto più di un’ora, mentre in macchina ci impiegherei venti minuti. Poi non ho sempre i soldi per pagare il biglietto, quindi qualche volta devo sperare che non ci sia il controllore”. Sarà la vita sempre in corsa. Ci togliamo le scarpe e ci sediamo sul letto di Diamanka, per ogni lettera scriviamo una parola e poi proviamo a pronunciarla. Spiego a Sarr qualche tecnica vocale, le difficoltà dei suoni particolari, di quelli duri e morbidi, di come riconoscere gli accenti e gli apostrofi. Sembra imparare velocemente, ma ci vuole tempo. Fa fatica, anche perché il significato di determinate parole non lo conosce.

“Cosa vuol dire fiore? Cos’è l’estate?” Sono le domande che mi rivolge mentre piano piano, scopriamo insieme le parole con i loro significati. “La lingua italiana è difficile sì – gli spiego – ma allo stesso tempo meravigliosa, perché dalle lettere semplici puoi dare vita ai pensieri, alla musicalità, al suono delle voci, ai ricordi che sono pagine fitte e tempo”. “Adesso facciamo la pausa va bene?”. Si alza e va a salutare gli amici che sono seduti qualche letto più distante, poi vede due cerchioni di chissà quale bicicletta e li butta giù. Questi rimbombano nell’acqua e seguono il corso del fiume. Poi si siede nuovamente vicino a me e mi ringrazia dell’aiuto. In fondo cosa siamo se non questo continuo modo di stare al mondo, anche se è difficile. Ma è così che dobbiamo seguire i nostri sogni, concretizzarli, usarli come fine contro la realtà del meccanicismo e del determinismo. Non deve esserci più quel dolore che attanaglia il vuoto e il non senso che è quello che ci spinge solamente verso la materia. C’è anche lo spirito, anche l’utopia concreta, anche il desiderio di poter esprimere la crescita e la relazione. Me lo spiega la stessa Giulia, mentre siamo seduti davanti a uno dei nostri soliti caffè decaffeinati: “È difficile stare a contatto con culture che sono così diverse dalle nostre, non possiamo negarlo. Ci sono modi di fare, atteggiamenti differenti che inevitabilmente spingono all’incomprensione e ci fanno stare male”. Il nostro compito è di continuare a fare qualcosa che possa farci sentire vivi, che sia la profondità necessaria del vivere e dello scrivere poesie. Tutto cambia ma, torna alla mente l’immagine indelebile di Sarr e della sua pronuncia incerta della lingua italiana, del desiderio di crescere, del vento sui campi, della pioggia che scende ininterrotta sul fiume agitato e del ponte, lenzuola e abbraccio di quello che non c’è. Un luogo che è casa per chi non ha niente, spazio sicuro, protetto, a due passi dal centro. Lo vedo sfrecciare con la giacca sopra la testa per evitare la pioggia scrosciante, sulla strada verso casa, dove vive insieme ad altri amici. Poi la Mensa, il profumo del pane, gli incontri e il vento, rifugio di anime in fuga, alla ricerca del poco di cui abbiamo bisogno, sulla fede preghiera di quello che è stato. Come Sarr che a un certo punto mi fa conoscere la moglie che lo sta videochiamando. Poi le dice qualcosa in pulaar, è un po’ arrabbiato, lo capisco dal tono. “Cosa succede?” gli chiedo. “Non sta indossando il velo, così non va bene. Mi ha detto che lo mette solo quando esce, speriamo che sia vero”. È la speranza della vita che ci attende fuori da ogni schema, là dove scende la notte. Alla casa del ponte bagnato di freddo e sorrisi d’estate.

Ho visto la sera profumo di erba bagnata campo di grano di vento Fiume che piange di acqua e ricordi. L’Africa sogno di pane, ragazzo di casa nel ponte vestito di sale che preghi il colore dei fiori la luce del mare, non scendono lacrime oltre il cassetto del cuore.

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