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Accoglienza profughi e richiedenti asilo

La Caritas Lodigiana promuove l’accoglienza diffusa dei cittadini stranieri richiedenti asilo.

Se vuoi aiutare nell’accoglienza e diventare volontario contattaci.

Come una parrocchia può aprire un’accoglienza diffusa?

Ecco le tappe per un coinvolgimento comunitario:

  1. Trovare una casa per l’accoglienza questi sono i momenti di sensibilizzazione e formazione per arrivare all’apertura di una accoglienza diffusa;
  2. Un momento di riflessione  e condivisione all’interno del Consiglio Pastorale per la presa di decisione di aprire un’accoglienza diffusa;
  3. Un consiglio pastorale allargato a chi vuole diventare volontario nell’accoglienza per capire il sistema dell’accoglienza;
  4. Due incontri di formazione con l’équipe che si è creata per comprendere le procedure dell’accoglienza, la sua organizzazione e costruire il progetto di accoglienza;

Contatta rifugiati.caritas@diocesi.lodi.it 

Spunti di approfondimento

Lo stato dell’immigrazione in Lombardia – documento delle Caritas di Lombardia
Accoglienza diffusa in Caritas – una riflessione
Migrazioni e comunità cristiane – documento delle Caritas di Lombardia

 

Storia di profughi

Due giorni e una notte su un barcone per la traversata dalla Libia a Lampedusa. I campi di accoglienza, i soldati con pochi riguardi anche per i più giovani, l’impossibilità di telefonare a casa per rassicurare la propria famiglia. Poi, finalmente, l’arrivo a Bologna e l’ospitalità al Villaggio del fanciullo. Mohamed, somalo di 17 anni, racconta la sua storia senza nascondere la contentezza nel trovarsi finalmente sotto le Due torri. Con lui sono dieci i minori stranieri non accompagnati arrivati a Bologna nella notte di lunedì, e accolti da polizia e Protezione civile. Nel rispetto dell’accordo tra Governo e Regioni.

“Eravamo circa 600 su quel barcone – spiega il giovane, che indossa soltanto ciabatte e una tuta sportiva nera – quasi tutti di origine somala. Tra di noi, molte donne con bambini piccoli. Arrivati a Lampedusa siamo stati ‘smistati’ dalle forze dell’ordine in varie località sparse in tutt’Italia. Io sono stato mandato ad Agrigento, e lì sono rimasto 3 giorni”.

È un fiume di parole Mohamed mentre racconta l’avventura che l’ha portato qui e non rimpiange certo i centri di accoglienza di Lampedusa e Agrigento. I “soldiers”, come lui chiama i poliziotti, non hanno avuto buone maniere nei suoi confronti, e pochi riguardi anche per i minorenni: “A Lampedusa ci sbattevano le mani sul tavolo per prenderci le impronte digitali – continua Mohamed – molti ragazzi scappavano dai centri scavalcando le reti, perché non volevano essere trattati come criminali. Al nordsiamo arrivati all’aeroporto in nottata: qui invece siamo stati trattati bene, e ci hanno subito portato nei dormitori”.

Di famiglia povera, racconta di essere il terzo di 5 fratelli. Dopo la morte della madre, una decina di anni fa, ha cominciato a seguire corsi di inglese per imparare una lingua che gli permettesse la sopravvivenza in un Paese straniero. “I miei due fratelli maggiori – spiega – lavorano e sono sposati. Io ero disoccupato in Somalia ma ho comunque deciso di imparare l’inglese e partire per l’Italia. I miei fratelli e mio padre sono rimasti in Africa. A Lampedusa non mi hanno concesso una telefonata, ma appena arrivato a Bologna, mi hanno fatto chiamare a casa, e ho potuto rassicurarli che stavo bene”.

Nonostante la guerra libica sia geograficamente lontana, la Somalia non gode di una situazione economica e sociale agiata. Questo il motivo che spinge molti giovani, come Mohamed, a lasciare il Paese per cercar fortuna in Europa: “Non scappo da Gheddafi, ma vengo in Italia perché qui voglio costruire il mio futuro – racconta –. C’è grande rispetto verso questo Paese da parte del mio popolo. Mio nonno parlava italiano, e io sono un grande fan dell’Inter”.

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